Plastica, Microplastica&co

Ogni anno si stima che otto milioni di tonnellate di plastica fluttuano negli oceani. L’80 per cento dei rifiuti oceanici proviene dalla terra ferma, mentre il restante 20 per cento arriva dalle navi – navi da crociera, mercantili o piattaforme marine. Se non si cambia lo stile di vita nel 2025 ci potrebbe essere una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesci nell’oceano. Rifiuti, detriti, attrezzi da pesca, sacchetti di plastica e perfino le cannucce rappresentano una minaccia mortale per la vita marina. Secondo un recente studio sono 690 le specie minacciate dai rifiuti presenti in mare.

Questo è davvero un problema che riguarda ogni singola persona e le loro abitudini quotidiane“,dice Boris Worm, un professore di biologia presso la Dalhousie University.”Il più grande problema – concludono – è la rapida crescita economica e la maggiore utilizzazione di materie plastiche usa e getta in molte parti del mondo, in cui la raccolta e la gestione dei rifiuti [come stoccaggio sicuro e il riciclaggio] non sono cresciute di pari passo“.

Qualcuno la chiama la Great Pacific Garbage Patch, altri Pacific Trash Vortex, ma a prescindere dal nome, l’enorme isola di rifiuti di plastica che galleggia nell’Oceano Pacifico continua a crescere inarrestata, affermandosi, di fatto come la più grande discarica del Pianeta. Le decine di milioni di tonnellate di rifiuti che galleggiano tra le coste del Giappone e quelle degli Stati Uniti, aumentano sempre di più e hanno raggiunto livelli definiti “davvero allarmanti” e ha raggiunto un’estensione “quasi doppia rispetto a quella degli Stati Uniti”.E dentro quest’isola, che per via delle particolari correnti convoglia a sé la spazzatura dell’oceano pacifico, è possibile trovare di tutto dai sacchetti di plastica a palloni da calcio, dai mattoncini lego a scarpe, borse e milioni di bottiglie e lattine. E in questo mare di spazzatura è possibile ritrovare anche materiali risalenti agli anni ’50. Ciò dipende dal fatto che le materie plastiche non essendo del tutto biodegradabili, pur disintegrandosi in pezzi piccolissimi nel corso del tempo, non si eliminano completamente e i polimeri che le compongono finiscono per arrivare nella catena alimentare, scambiati per plancton e mangiati dalla fauna marina. Questa massa galleggiante potrebbe raddoppiare le sue dimensioni entro il prossimo decennio. Una delle cause individuate  sarebbero proprio i sacchetti di plastica.

Ma a impattare sugli animali marini sono anche le microplastiche, frammenti di plastica inferiori ai 5 millimetri, che possono essere prodotte dall’industria (ad esempio le microsfere utilizzate in cosmetica o per l’igiene personale, i dentifrici ne sono particolarmente ricchi) o derivare dalla degradazione in mare per effetto del vento, del moto ondoso o della luce ultravioletta di oggetti di plastica più grandi. Le microplastiche affliggono tutti gli animali marini, dal microscopico krill (l’insieme di piccoli crostacei che rappresentano la primaria fonte di cibo per molti animali marini) fino ai grandi predatori all’apice della catena alimentare, per arrivare a noi attraverso il cibo che mangiamo. A causa delle loro piccole dimensioni, queste particelle non vengono filtrate dai sistemi di depurazione delle acque e pertanto finiscono direttamente nei fiumi, negli oceani e risalgono la catena alimentare, contaminando gli ecosistemi naturali

Cosa possiamo fare?

  1. Microplastiche. È arrivato il momento di vietare per legge l’utilizzo delle microplastiche. Alcune aziende hanno iniziato ad evitarle o a sostituirle con materiali biodegradabili per creare dei microgranuli naturali che non inquinino, ma sono ancora numerosi i prodotti che le contengono, dunque gli stessi consumatori devono fare molta attenzione a ciò che acquistano.Alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno già vietato l’utilizzo delle microsfere nei prodotti per l’igiene personale a partire dal 2017. In altri Stati come Taiwan, Regno Unito, Australia e Canada sono in discussione proposte normative per proibirne l’uso. In Italia, invece,  è stata presentata una proposta di legge per vietare l’utilizzo di queste microsfere in cosmetici e prodotti per l’igiene personale. Ecco alcuni esempi di scrub senza microplastiche: Hino scrub esfoliante, Greendoor scrub al sale marino, Scrub Melie Melie
  2. Buste biodegradabili. E quì arriviamo ad un problema scottante dell’inizio 2018. Nel Bel Paese si consuma infatti il 25% degli shopper commercializzati in tutta Europa. Dal primo gennaio 2018 è entrata in vigore una legge, approvata lo scorso agosto, che porta delle novità nell’uso dei sacchetti di plastica leggeri e ultraleggeri nei supermercati: per intenderci, sono quelli comunemente utilizzati per imbustare frutta, verdura, carne e salumi, che – tra le altre cose – sono tra i principali responsabili dell’inquinamento dei mari. La norma ha previsto l’introduzione di nuovi sacchetti biodegradabili da far pagare ai consumatori, al pari delle normali buste della spesa. Secondo i dati Gfk-Eurisko, ogni famiglia consuma una media di 417 sacchetti all’anno. Il costo per famiglia sarà di 4,17 -12,51 Euro a famiglia; considerando un costo di 2 centesimi, dovrebbe ammontare a circa 8 Euro a famiglia. In realtà il divieto alla commercializzazione dei sacchetti per la spesa monouso in plastica è stato introdotto con l’articolo 1, comma 1130, della legge finanziaria 2007 (legge n. 296/2006); poi, nel 2014, è stato sbloccato il sistema sanzionatorio, che prevede multe fino a 100 mila euro. Ma si sa, in Italia fatta la legge, scoperto l’inganno: le buste del reparto ortofrutta sono state definite “a uso interno” e perciò sono continuate a circolare le buste di plastica. Che i clienti a volte usano non solo per il reparto ortofrutta, ma per fare la spesa; o per imbustare la carne o il pesce; o per separare la farina. La nuova norma entrata in vigore, quindi, non fa che estendere la normativa già in vigore, andando a coprire anche le buste di plastica che prima, con un escamotage, erano rimaste fuori dal bando: adesso anche questo tipo di buste devono essere biodegradabili e compostabili secondo la norma Uni En 13432, con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile di almeno il 40%. Sulla scelta del governo di rendere a pagamento i sacchetti, questa riprende una direttiva europea (2015/720). Sui sacchetti di plastica era già stata aperta una procedura di infrazione europea (20170127), da cui era scaturita l’ “esortazione” della Commissione Europea, che ci ha invitati a “completare l’attuazione della legislazione UE sui rifiuti nelle loro leggi nazionali. Per far fronte agli sprechi di risorse e ai rifiuti, gli Stati membri hanno dovuto adottare misure per ridurre il consumo di sacchetti di plastica leggeri come richiesto dalla direttiva sui sacchetti di plastica entro il 27 novembre 2016. La direttiva obbliga gli Stati membri per raggiungere questo obiettivo ponendo un prezzo su borse di plastica leggera e / o introducendo obiettivi di riduzione nazionali. I governi nazionali possono scegliere tra una lista di misure per raggiungere gli obiettivi concordati. Questi includono strumenti economici, come tasse o imposte”. È chiaro, comunque, che i sacchetti di plastica del reparto ortofrutta venivano pagati anche prima dagli utenti: come remunerazione dei costi operativi dei supermercati, che chiaramente viene scaricato sul costo finale. La differenza è che è un costo diventato visibile. Queste misure per altro sono già in vigore in altri stati europei (https://www.hellogreen.it/nuova-legge-per-ridurre-inquinamento-ambientale).

 

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Autore: scienza&cucina

Salve a tutti. L'idea di questo blog nasce all'improvviso, dalla mia costante curiosità per tutto quello che riguarda la nutrizione, la scienza e la cucina. Sono una biologa e nella vita di tutti i giorni indosso vari abiti interscambiabili: sono consulente scientifico per una azienda che produce nutraceutici, tolgo questo vestito e divento mamma e moglie, metto il grembiule e divento sperimentatrice in cucina. In questo mio blog vorrei condividere con voi tutte le news scientifiche che vengono pubblicate in riviste internazionali, tutte le informazioni sui nutraceutici utili per mantenerci in salute e tutte le mie prove, riuscite e non, in cucina. Sono onnivora ma sperimento ricette veg, crudiste, naturali; tutto mi incuriosisce. Esploriamo insieme.

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